Martedi, 21 Novembre 2017

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Alimentari

ITALIANI E CIBO ETNICO: POCHISSIMI CONSUMANO ABITUALMENTE PRESSO TAKE AWAY E RISTORANTI STRANIERI

chinesefood0902.gifSarebbero tutt’altro che numerosi gli italiani che frequentano abitualmente i fast food etnici. È quanto è emerso da una ricerca di Coldiretti/Swg mirata appunto a conoscere la propensione dei cittadini a consumare cibi in locali stranieri, che si tratti di ristoranti o di take away.
Questo dato assume particolare rilievo a pochi giorni dalla pubblicazione, da parte dell’Istat, del paniere per il calcolo dell’inflazionepaniere
per il calcolo dell’inflazione, che viene periodicamente modificato sulla base delle tendenze di consumo degli italiani, dove è stato inserito anche il fast food etnico.
Secondo Coldiretti, invece, ben 4 italiani su 10 non hanno mai messo piede all’interno di un fast food o di un ristorante etnico, precisamente il 41% degli intervistati. Molto simile la percentuale di cittadini che non hanno mai acquistato del cibo etnico presso un take away: il 38% degli italiani ha infatti affermato di non aver mai acquistato presso questo tipo di esercizi dei prodotti etnici quali sushi, kebab, tacos ed altri ancora.
Nonostante i locali di ristorazione etnici gestiti da cittadini stranieri siano sempre più numerosi in Italia, sia per quanto riguarda i ristoranti che altri esercizi in cui il cibo acquistato viene portato via dai consumatori, le persone che mangiano abitualmente presso queste attività non sono poi molte: appena il 7% per quanto riguarda i take away ed il 5% per i ristoranti.
Nell’indagine di Coldiretti, il 29% degli intervistati ha dichiarato di mangiare “qualche volta” presso take away stranieri ed il 24% presso ristoranti stranieri, mentre il 26% ed il 30% sono le rispettive percentuali di chi ha risposto “raramente”.


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SICUREZZA ALIMENTARE: ITALIA IN TESTA PER NUMERO DI SEGNALAZIONI AL SISTEMA DI ALLERTA COMUNITARIO

melamarcia0702.gifIl sistema rapido di allerta comunitario (RASFF, Rapid Alert System for Food and Feed) è uno strumento che permette di notificare in tempo reale i rischi diretti o indiretti per la salute pubblica connessi al consumo di alimenti o mangimi, istituito nel 1979 e a cui partecipano la Commissione Europea, l’EFSA e gli Stati membri dell'Unione.
Stando a quanto comunicato nel rapporto 2010, negli scorsi 12 mesi sono state trasmesse ben 3291 notifiche attraverso il Sistema di allerta rapido comunitario, il 2,71% in più del 2009 (3204 notifiche). Di queste notifiche 2873 (l'87,3%) hanno riguardato l'alimentazione umana, in aumento rispetto alle 2813 del 2009 (+2,13%), 190 (il 5,77%) l'alimentazione animale (201 nell’anno 2009) e 229 (il 6,93%) la migrazione materiali a venire a contatto con gli alimenti. La Commissione ha inoltre trasmesso 62 news, seguite da 129 follow-up. Anche il numero delle news è aumentato rispetto allo scorso anno (42).
Per quanto riguarda il numero di segnalazioni inviate alla Commissione Europea, il nostro Paese si conferma al primo posto con 548 notifiche (pari al 16.7%), seguito dalla Germania (400 notifiche) dalla Gran Bretagna (326), dalla Spagna (284), dall'Olanda (214) e dalla Francia (170). Dati che dimostrano come il nostro Paese risulti in prima linea nell'attività di controllo sul territorio nazionale, anche se da alcune regioni non è pervenuta alcuna notifica (Basilicata, Molise e Provincia Autonoma di Bolzano ) . Dall'altra parte il maggior numero di notifiche si è registrato in Emilia Romagna (28), Lombardia (27) e Veneto (24).
Per quanto riguarda l’origine, i prodotti nazionali risultati irregolari sono stati 113. Pertanto l’Italia risulta il quarto Paese Comunitario per numero di notifiche ricevute dopo Germania, Spagna e la Francia e il decimo a livello internazionale. Gli stati che hanno ricevuto il maggior numero di notifiche per prodotti non regolari sono risultati la Cina (418), l’India (250), la Turchia (248) e l’Argentina (160).
Per quanto concerne le 113 notifiche riguardanti i prodotti nazionali, la maggior parte ha riguardato i prodotti della pesca (26 notifiche), seguiti da frutta e verdura (13) e dalla carne (escluso pollame) con 12 notifiche.

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CALANO I CONSUMI DI FRUTTA E VERDURA, IL RISCHIO È UN FORTE AUMENTO DELL'OBESITÀ

ciacaloalimentarisurge0309.gifSecondo la Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, continuano a calare in Italia i consumi di frutta e verdura. Nell’anno 2010, infatti, sono state consumate dai cittadini italiani 6,4 milioni di tonnellate di alimenti di questa tipologia, una quantità che fa così registrare un calo pari al -1,4% rispetto all’anno precedente.
Il dato spiega la Cia, sarebbe piuttosto preoccupante, dal momento che frutta e verdura sono degli alimenti che non devono mancare in una dieta bilanciata, di conseguenza un consumo ridotto può significare un peggioramento delle condizioni di salute medie della popolazione, sulle quali, come è risaputo, l’alimentazione influisce non poco.
In effetti, la Cia sottolinea come in Italia sia sempre più diffusa l’obesità, soprattutto a livello infantile, un dato confermato anche dal sistema di sorveglianza "Okkio alla Salute " dell'ISS, secondo cui in Italia il 23% dei bambini è in sovrappeso, mentre l'11% è obesoin
Italia il 23% dei bambini è in sovrappeso, mentre l'11% è obeso.
Per fronteggiare questo problema di salute così diffuso sarebbe certamente auspicabile riservare degli spazi più ampi a frutta e verdura nella dieta. Progetti come “Frutta nelle ScuoleFrutta
nelle Scuole”, da questo punto di vista si sono dimostrati validi e andrebbero riproposti con maggiore frequenza.
Paesi come gli Stati Uniti, in cui l’obesità è ancor più diffusa, si sono già prodigati nel tentare di risolvere questo problema favorendo appunto il consumo di frutta e verdura. La popolare catena di distribuzione Wel-Mart ha infatti adottato una politica che ha previsto la diminuzione dei prezzi di frutta e verdura ed in generale anche la diminuzione di zuccheri, grassi e sale nei prodotti venduti.
Il già citato calo dei consumi in Italia è stato pari, nel 2010, a -0,6% per quanto riguarda gli ortaggi rispetto al 2009, ed al -0,8% per quanto riguarda la frutta con l’acquisto medio per nucleo familiare è sceso complessivamente di 10 kg l’anno.

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SPESA ALIMENTARE: AL SUD PREZZI PIÙ CONVENIENTI, MA ANCHE AL NORD CI SONO POSSIBILITÀ DI RISPARMIO

solespesa1901.gifLa spesa degli italiani al supermercato continua ad essere mediamente meno cara a Sud. È quanto emerge dall’elaborazione de “IlSole24Ore” sui dati dell’Osservatorio del Ministero dello Sviluppo Economico, riferiti allo scorso novembre. Le rilevazioni hanno riguardato un paniere di 20 diversi prodotti alimentari di prima necessità, tra cui pane, latte, carne e pasta, ovvero la spesa media condotta dai cittadini italiani al supermercato. Sulla base dei dati relativi ai prezzi di questi prodotti rilevati nei supermercati di 60 capoluoghi di provincia, sono state poi evidenziate le differenze di costo tra le varie città italiane.
Secondo l'indagine la città dove, in media, risulta più conveniente fare la spesa è Potenza, dove il paniere in questione viene a costare in un anno 2.926 euro per famiglia. Al contrario e Rimini la città più cara dal punto di vista degli acquisti alimentari: 4.151 euro annui per nucleo familiare (ben il 41,86% in più).
E’ il secondo anno di fila che la città romagnola occupa il poco invidiabile primato della “spesa più cara” d’Italia, mentre Potenza di colloca per la prima volta come città più conveniente per l’acquisto di alimentari, superando Napoli che nel 2009 ha potuto vantare questo primato.
Come detto le differenze di prezzo tra Nord e Sud rimangono evidenti in questo settore, c’è da aggiungere tuttavia che questa è la naturale conseguenza di un potere d’acquisto inferiore da parte dei cittadini meridionali. In più nel Mezzogiorno, le catene distributive sono state costrette ad attivare promozioni di importante entità in modo da rilanciare i consumi, fortemente frenati dalla crisi economica (più che nel resto d'Italia).
Non è solo a Sud, tuttavia, che è possibile acquistare alimenti a prezzi convenienti.

 

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DALL'EUROPA IN ARRIVO IL PACCHETTO QUALITÀ: NUOVE NORME PER LA CERTIFICAZIONE DEI PRODOTTI AGRICOLI

pacchettoqualitaue1312.gifLa Commissione Europea ha attivato il “Pacchetto Qualità” dei prodotti agricoli, un unico provvedimento che si pone l’obiettivo di migliorare la qualità dei prodotti venduti attraverso dei nuovi criteri di certificazione, delle descrizioni più dettagliate delle proprietà dell’alimento ed anche delle nuove normative riguardanti la vendita. Una serie di fattori che dovrebbero dunque garantire al consumatore un prodotto di qualità migliore anche in maniera indiretta, dunque favorendo l’attività degli agricoltori.
Proprio per quest’ultimo fine, la Commissione Europea ha fissato come prossimo obiettivo quello di fornire alle piccole realtà imprenditoriali nel campo agricolo un sostegno che favorisca la loro partecipazione a sistemi di qualità. È noto, infatti, che i piccoli produttori sono spesso tagliati fuori da simili organizzazioni e non di rado hanno anche delle difficoltà oggettive nel commercio dei propri prodotti, basti pensare agli agricoltori di montagna.
Il “Pacchetto Qualità” per i prodotti agricoli europei rappresenta il risultato di 3 anni di consultazioni da parte dell’Unione Europea e si compone sostanzialmente di diversi punti fondamentali: anzitutto, la proposta di un regolamento che prevede dei nuovi parametri di qualità per garantire nel territorio comunitario dei prodotti genuini, anche rafforzando il riferimento per le denominazioni di origine (DOP) le indicazioni geografiche protette e (IGP) e le specialità tradizionali garantite (STG). Vi sarà inoltre l’opportunità per il produttore di specificare una serie di informazioni facoltative, che potrebbero tuttavia essere molto rilevanti per il consumatore ed evidenziare dunque la qualità del prodotto.
Anche dal punto di vista commerciale, come accennato, il “Pacchetto Qualità” prevede l’introduzione di nuove norme, tra cui l’obbligo di indicazione del luogo di produzione. Allo stesso modo saranno adottati orientamenti maggiormente favorevoli alle pratiche di certificazione volontaria, considerate positive, così come l’inserimento di ulteriori indicazioni di provenienza geografica.


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