Martedi, 20 Agosto 2019

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Spese Mediche: i Conti in Tasca Alla Sanità italiana


Spese mediche, sanità, costi

Ultimamente si parla molto di spending review e di tagli agli sprechi: tra le voci che concorrono a formare il debito pubblico però ce ne se sono alcune ritenute intoccabili, tra queste spiccano le spese mediche. E se invece la nostra Sanità spendesse più del dovuto per dispositivi medici, farmaci per uso ospedaliero e servizi regionali? Se fosse possibile risparmiare anche in questo settore? Del resto i numeri forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono chiari: ogni anno in Italia si spendono 2401 euro pro capite per la salute, di questi 1864 € sono a carico dello Stato. Se ne deduce che la spesa sanitaria copre il 10% del Pil.
E’ questa la riflessione da cui prende le mosse l’analisi condotta dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp).
L’articolo 17 della Legge 111 del 15 luglio 2011 ha imposto all’ Avcp un’analisi volta ad ottenere un’ottimale razionalizzazione delle spese mediche.

Eventuali scoperti dovuti allo sforamento del tetto massimo del 2,4% stabilito per la spesa di farmaci ad uso ospedaliero e risultanti dal monitoraggio di entrate e uscite delle Regioni, dovrebbero in quest’ottica (e secondo quanto espressamente indicato nel regolamento fermo al vaglio della Camera) essere compensate dalle aziende farmaceutiche fino alla misura del 35%. Perché il Ministero della Salute prende tempo fingendo di ignorarne il contenuto?
Un tetto massimo di spesa viene stabilito annualmente anche per le protesi sulla base delle stime degli interventi. Anche in questo caso se la Regione supera la soglia di spesa indicata è costretta a tagliare su altre voci.

Con perizia l’Avpc ha steso il tariffario delle spese mediche più comuni evidenziando la differenza, a volte macroscopica, tra il prezzo consigliato in base a canoni di equità e quello applicato in concreto. La vera stangata arriva dalle siringhe: una monouso in plastica sterile da 20 ml senza ago dovrebbe essere venduta a 5 centesimi mentre viene distribuita a più del doppio. Rincari pesanti si evidenziano anche su altri prodotti molto diffusi, come cateteri, garze e cotone idrofilo. Il sovrapprezzo maggiore è quello sul gesso applicato in caso di frattura: da 600 euro a circa 1400. Analoga situazione si riscontra nei servizi indiretti, come mensa e pulizie negli ospedali.
Numeri che non possono lasciare indifferenti. Certo in alcuni casi il sovrapprezzo va giustificato con l’evoluzione tecnologica ma non può essere il caso di siringhe e cotone. La sensazione è proprio che si voglia calcare la mano sui prodotti di più largo consumo. Pensiamo a quanti kg di cotone usi un ospedale ogni anno.
Addentrandosi in farmaci specifici le differenze risultano impressionanti: una fiala da 20 milligrammi o 0,5 millilitri di Docetaxel anidrol, sostanza utilizzata nella cura del tumore al seno o ai polmoni, dovrebbe costare 4,6 euro ma viene comprata dalle strutture ospedaliere a 45,7 euro.
Ovviamente questa non è la situazione di tutte le voci del bilancio spese e ci sono farmaci o prodotti per cui prezzo consigliato e reale sono conformi. Ma il problema è evidentemente a fondo, ovvero negli appalti per le forniture.
Nel 2009 la Asl di Roma ha emesso un bando per una gara di appalto relativa alla fornitura di alcuni strumenti: i più rilevanti economicamente erano due Ecotomografi multidisciplinari. Ora questi ultimi costano 25 mila euro al pezzo più IVA. Allora perché la base d’asta è stata fissata a 125 mila euro più IVA?
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