Lunedi, 18 Dicembre 2017

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Banchieri e Top Manager Più Ricchi Anche Con La Crisi. Ecco Il Perché


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A quattro anni dallo scoppio della crisi, con i parametri economici ancora lontani dai livelli del 2008 (disoccupazione, Pil), notizie come queste rischiano di aumentare l’allarme sociale. Niente che non si sapesse già, o per lo meno non si sospettasse, ma fa comunque indignare: gli stipendi dei banchieri e dei top manager continuano a crescere. Inarrestabili e senza freni.
Qualche ostacolo a questa ingiustificata lievitazione dei prezzi ha cercato di porlo Barack Obama, ma ha fallito. E non ora, con le baionette dei repubblicani puntate sia al Senato che al Congresso, ma due anni fa, quando aveva la maggioranza piena. La sua idea era semplice e, in fin dei conti, di buon senso: l’istituzione per via legislativa di un tetto di retribuzioni e compensi dei banchieri e dei top manager. All’epoca si scatenò un putiferio, con lamenti persino tra i democratici.

La ragione è presto detta: persino i liberal non disdegnano i soldi provenienti dai grandi dell’industria e del mondo bancario e destinate alle campagne elettorali (negli Stati Uniti lo stato non copre le spese). Le scuse dei politici per accantonare proposte del genere sono sempre le stesse, e quindi la “sacralità del mercato”, la “la mano invisibile” sufficiente a regolare retribuzioni e premi. La pratica dimostra che sono motivazioni del tutto infondate: buona parte dei ‘grandi capi’ che hanno goduto negli anni di un aumento nella retribuzione hanno fatto un pessimo lavoro. Il chief executive di CityGroup, Vikram Pendit, ha recentemente distribuito a sé stesso 3,7 milioni di dollari in azioni, a cui vanno aggiunti 1milione e 750mila dollari di stipendio, a cui vanno ad aggiungersi 6,5 milioni in stock option. E per cosa? Per aver fatto perdere alla società, in un anno, il 44% del suo valore in borsa. Stesso risultato per James Gorman, chief execitive di Morgan Stanley, importante banca di Wall Street. Anche per lui un bilancio disastroso è stato premiato (da lui stesso) con un compenso di 10,5 milioni di dollari.

Ma perché i ceo riescono ad accaparrarsi retribuzioni sempre più alte nonostante il loro pessimo lavoro? Lo hanno scoperto tre team di ricercatori universitari (dagli atenei del Maryland, dell’Indiana e del Texas). Dietro il mistero delle super-gratifiche c’è un meccanismo perverso, il suo nome è Peer Benchmarking. L’offerta di contratto al futuro ceo viene fatta in base alla media dei compensi che “c’è in giro” tra i professionisti di pari grado (il termine peer vuol dire proprio questo). Però è prassi che “per attirare i migliori” l’offerta avanzata sia di entità superiore alla media. Da qui si innesca un circolo vizioso in cui, ciclicamente, si alza la ‘paga’ del ceto bancario. Ovviamente, anche se un ceo fallisce i suoi obbiettivi, gli azionisti tollerano un ritocco al rialzo dello stipendio perché, andando sul mercato, un sostituto verrebbe a costare molto di più.
Cosa si sta facendo per fermare questo scempio? Poco o nulla. Il poco è la decisione della Federal Reserve di monitorare i risultati delle banche, il minimo (ma nemmeno questo) visto che in passato Fed ha stampato moneta a perdere per salvare le banche.
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