Mercoledi, 12 Dicembre 2018

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Sostenibilità Del Debito: Quando lo Stato Fallisce


debito pubblico, default

Una delle più grandi paure che attanagliano l’Europa è il fallimento di quei paesi, in primis la Grecia, che stano vivendo grosse difficoltà nella gestione del debito. Cosa succede nella pratica quando uno Stato fallisce? Quali sono i sintomi principali che indicano un fallimento alle porte?
Prendiamo l’esempio della Grecia, giudicata dagli esperti come prossima al fallimento. Il dato che balza subito all’occhio è il rendimento dei titoli di stato. Quelli ellenici hanno un tasso di interessi altissimo, oltre il 20%. Questo vuol dire che per venderli il tesoro ha dovuto promettere un premio incredibilmente elevato perché nessuno voleva comprarli. Perché nessuno vuole comprare i titoli di stato greci? Proprio perché il mercato riteneva la Grecia è prossima al fallimento. Ma cosa vuol dire fallimento?

In verità lo Stato non può fallire: è un espressione molto usata ma inesatta. Lo Stato ripudia il debito, ossia lo cancella, decide di non pagarlo più. Lo può fare: si chiama ‘default’. Le conseguenze, però, sono catastrofiche.
Catastrofiche per gli investitori, che possono essere le banche, le imprese, ma anche i piccoli risparmiatori. Un esempio utile a capire la drammaticità del default è quanto successo in Argentina nel 2002: il paese sudamericano dichiarò default e un sacco di persone, anche in Italia, persero i loro risparmi. Altro che interesse!
Le conseguenze sono catastrofiche anche per lo Stato.

Tralasciando le specificità del caso greco, che prevede (forse?) l’uscita dall’Euro in caso di default, la cancellazione del debito ha effetti disastrosi, ma a medio e lungo termine termine. Nell’immediato, in verità, le casse dello Stato tirano un bel sospiro di sollievo: si riempiono. Poi accadono due cose: la popolazione e le imprese s’impoveriscono perché molto spesso il debito è interno, ossia i titoli sono comprati da attori economici interni allo Stato stesso, che si trovano a corto di risparmi e capitale. Lo Stato quindi deve far fronte ad una probabilissima crisi economica e deve finanziare misure di sostegno come cassa integrazioni, finanziamenti alle imprese e così via e… voilà! Il debito ricompare. A questo punto, però, chi mai comprerà il debito da un paese che ha dichiarato default? Nessuno o pochi. Il circolo vizioso ricomincia, inesorabile.
Il default è un provvedimento davvero poco auspicabile. C’è una misura intermedia, ampiamente usata in questi casi. Si chiama ‘ristrutturazione del debito’: semplicemente lo Stato non cancella tutto il debito, ma solo una parte. Non solo, fa molta attenzione a quale parte di debito cancellare, evitando di intervenire sugli attori nevralgici dell’economia, quelli che la possono fare ripartire come, per esempio, le piccole e medie imprese.
La ristrutturazione del debito da sola non basta. Un debito per essere sostenibile non deve essere semplicemente ‘piccolo’ ma anche e soprattutto ‘tendente alla diminuzione’. E’ la tendenza che infonde sicurezza ai mercati. Quali sono le misure che influenzano questa tendenza? Misure finalizzata alla crescita economica, all’abbattimento del deficit (se il saldo è in attivo non viene creato nuovo debito). Molto importante è anche la credibilità politica: se uno Stato è credibile la fiducia dei mercati aumenta.
Tutte queste misure sono utilissime anche quando si vuole semplicemente scongiurare una crisi del debito, come nel caso italiano. Le manovre finanziare varate nell’ultimo anno vanno parzialmente in questo senso: il deficit sarà annullato entro il 2013, è vero, ma l’economia nel suo complesso è vicina alla stagnazione (crescita zero).
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