Mercoledi, 24 Ottobre 2018

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Cambiamenti Climatici: a Durban Si Pianifica il Futuro ma Non Si Agisce per Cambiarlo


Durban, cambiamenti climatici, riduzione emissioni

Se è conclusa dopo un'estenuante trattativa la 17esima Conferenza Mondiale sul Clima Organizzata dall'Onu a Durban in SudAfrica, che ha visto circa 190 nazioni riunite per due settimane con l'obiettivo di raggiungere un accordo sul futuro del Clima. Sebbene le trattative abbiano richiesto 36 ore in più rispetto alla data ufficiale di fine lavoro, non si può parlare di veri e propri risultati raggiunti per limitare le emissioni e i cambiamenti climatici. É stata più che altro definita una “roadmap” (Sebbene il termine sia un po' improprio) che dovrebbe portare al 2020 ad una nuovo protocollo di intesa (kyoto 2). In concreto si è deciso che di mettere in atto “un nuovo protocollo o altro strumento legale o esito condiviso dotato di forza legale” per ridurre la CO2 che impegni tutti i paesi.

Questo protocollo dovrà nascere al più presto e non oltre il 2015 e dovrà entrare in vigore entro il 2020. Il nuovo accordo che di fatto posticipa i tempi delle decisioni trova come elemento positivo solo il fatto di essere riuscita a mettere dalla stessa parte del tavolo Paesi con idee molto diverse sull'importanza della lotta ai cambiamenti climatici. E su questo ha pesato l'appoggio della Cina, dell'India e dell'Unione Europea favorevoli al taglio dell'emissioni, nel convincere Paesi come gli Usa che la Green Economy ce l'hanno solo come spot elettorale.
Il protocollo di Kyoto che sarebbe dovuto scadere a fine 2012, viene rinnovato per una seconda fase fino al 2017, anche se Russia, Canada e Giappone non hanno accettato questa decisione. Il che rende ancora più difficile capire quale sarà la politica mondiale nella lotta contro le emissioni, soprattutto considerando che per raggiungere risultati significativi servirebbe lo sforzo di tutti.

A Durban si è parlato anche del Green Climate Fund, un fondo verde da 100 miliardi di dollari, deciso alla precedente Conferenza sul clima di Copenhagen e che aveva lo scopo di aiutare i Paesi poveri nelle azioni di contenimento delle emissioni e degli effetti dei cambiamenti climatici. In sostanza si è deciso quali Paesi saranno oggetto dei fondi, la creazione di un comitato di controllo ma non si è capito veramente poi chi questo Green Climate Fund dovrà riempirlo né come.
Nessun accordo è stato invece raggiunto sul cosiddetto “giagatone gap”, ovvero il divario stimato dall'Unep, tra 6 e 11 gigatonne di CO2, tra gli attuali impegni di riduzioni delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi.
Secondo quanto riporta Legambiente l'Europa è avanti per quanto riguarda gli obiettivi di riduzione delle emissioni e per questo dovrebbe porsene di più ambiziosi, come quello di elevare dal 20 al 30% l'obiettivo di riduzione di gas serra entro il 2020 (rispetto ai livelli del 1990). Altre nazioni, soprattutto quelle in espansione o fortemente dipendente dal petrolio però rimangono lontani da queste logiche.
Pesante, infine, il commento di Greenpeace international secondo cui i governi riuniti alla Conferenza hanno preferito ascoltare gli inquinatori che la gente, fallendo nell'obiettivo di rafforzare le precedenti misure per salvare il clima. La Ong si rende conto che siamo molto lontani da dove dovremmo essere per evitare cambiamenti climatici catastrofici e tr ai principali colpevoli del successo dei negoziati vi sono di gran lunga gli USA, che ribadisce Greenpeace, “chiaramente operano agli ordini dei cartelli del CO2”.
 
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