Mercoledi, 12 Dicembre 2018

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Esodati: Centinaia di Migliaia di Persone Sono Senza Stipendio, Pensione e Ammortizzatori Sociali


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In un nostro recente articolo abbiamo analizzato le conseguenze psicologiche e sociali dell'innalzamento dell'età pensionabile, prevista dalla Manovra Salva Italia, ora torniamo sul tema per riportare le ultime considerazioni di Cgil e Inca, espresse nel dossier “pensioni negate”.
Come è facile intuire le analisi dell'organizzazione sindacale e del patronato della Cgil non sono molto tenere con il Governo. Nel definire i danni e le incongruenze della manovra che ha portato all'aumento dell'età pensionabile, viene fatto riferimento agli “esodati”, ovvero a coloro che per effetto delle nuove norme rischiano di trovarsi senza pensione, senza stipendio e senza alcun tipo di ammortizzatore sociale. Nello specifico si tratta di lavoratori dipendenti che hanno sottoscritto accordi dopo il 4 dicembre dello scorso anno e non hanno risolto il proprio rapporto di lavoro entro il 31 dello stesso mese, ritrovandosi così a fare i conti con l'innalzamento dell'età pensionabile.

Non è dato sapere di quanti lavoratori si stia parlando, l'Inps ha sfornito una stima di circa 65 mila persone, stima che però viene ritenuta parziale dalla Cgil, perchè fa riferimento ai soli accordi sulla mobilità. Nel calcolo non vengono conteggiate tutte le persone che non rientrano nelle deroghe stabilite dal ministro Fornero e tutte quelle che a causa delle modificazioni legislative sulle ricongiunzioni non hanno i fondi per ricongiungere le loro carriere previdenziali presso enti diversi.
Nemmeno l'organizzazione sindacale è riuscita a calcolare con esattezza questo numero, ma ritiene che potrebbe comprendere anche diverse centinaia di migliaia di lavoratori. Insomma una schiera di cittadini (e di famiglie) che si trovano in grande difficoltà e sui quali destini pesa l'incognita delle risorse stanziate dal Governo per coprire i costi di una norma ad hoc, che consentirebbe a costoro di accedere al pensionamento con le vecchie regole.

Il problema sta nel fatto che senza sapere il numero preciso di persone coinvolte le risorse stanziate potrebbero essere insufficienti per coprire tutti, soprattutto se si fa riferimento alla stima Inps.
In questo quadro fosco si inserisce una norma che potrebbe rendere ancora più gravoso il passaggio alla “meritata” pensione. Si tratta, come accennavamo, della norma sulla ricongiunzione onerosa dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori che hanno versato contributi obbligatori a Inps e Indap, ad esempio perchè hanno lavorato sia nel settore privato che in quello pubblico. Bene mentre prima del 2010 la ricongiunzione era un'operazione gratuita ora costa cara, con cifre che secondo la Cgil oscillano dai 30-40 mila euro fino ai 300 mila euro, per avere la possibilità di avere un'unica pensione. Cifre ovviamente fuori dal mondo che hanno come conseguenza per i lavoratori quella di attendere altri a anni in attesa del pensionamento.
La ratio della norma, prevista dal Governo Berlusconi era quella di evitare che le donne del pubblico impiego, alle quali era stato imposto l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni, chiedessero il trasferimento gratuito dei contributi all'Inps, per poter andare in pensione prima, avvalendosi delle regole più favorevoli del settore privato. Un blocco che allora forse aveva un senso, ma che attualmente non ce l'ha, ma che tuttavia è stato confermato, anche perchè come spiega Maria Luisa Gnecchi, della commissione lavoro della Camera : “per la sua abrogazione ora l'Inps presenta un conto salato di un miliardo e 470 mila euro allo Stato”.
 
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