Venerdi, 24 Novembre 2017

Green Economy

Indice di Green Economy: il Nord e il Sud Del Paese Uniti Nello Sviluppo Dell'Economia Verde

greeneconomy0506.gifLe regioni più Verdi d'Italia sono Trentino Alto Adige, Basilicata e Friuli Venezia Giulia. A dirlo è l'Indice di Green Economy 2011Indice
di Green Economy 2011 di Fondazione Impresa che classifica, sulla base di 21 indicatori, le regioni Italiane più orientate alle opportunità di business offerte dalle Green Economy. Per realizzare questo indice sono stati analizzati i principali settori dell'economia verde, ovvero  energia, agricoltura biologica, imprese e prodotti, trasporti, edilizia, rifiuti e turismo sostenibile. Rispetto allo scorso anno sono stati considerati 12 parametri in più, che da un lato hanno reso la classifica assoluta molto più precisa, ma dall'altro rendono più complessi i confronti di performance.
La prima notizia importante che sottolinea Fondazione Impresa è che almeno per quanto riguarda la Green Economy non sembra essere confermata la classica frattura Nord- Sud. Ovviamente permangono delle differenze, tuttavia il dato interessante è che l'economia verde può rappresentare una vocazione dell’intero Paese e non prerogativa assoluta di una specifica area geografica.
Oltre alla Basilicata in seconda posizione assoluta, si segnala la presenza di Sardegna e  Calabria, rispettivamente in nona e undicesima posizione, ma comunque sopra la media italiana. Chiudono la classifica invece Puglia, Lazio e Liguria.
In generale le regioni settentrionali registrano le migliori performance nei settori dei rifiuti e dell’edilizia. Per quanto riguarda il primo settore Veneto, Lombardia e Trentino Alto Adige occupano i primi tre posti della classifica relativa, mentre Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Piemonte sono nei primi tre posti nella classifica sull’edilizia. Il campo delle regioni meridionali è invece l'agricoltura biologica, dove dominano i primi posti del ranking Basilicata, Sicilia e Calabria e quello del turismo sostenibile, che vede in pole position l'Umbria seguita da Sardegna e Calabria.
Dall'analisi delle classifiche settoriali sembra emergere una differenza di approccio alla Green Economy tra Nord E Sud.

 

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Il Futuro Della Green Economy in Europa Passa per l'Aumento Del Taglio Delle Emissioni al 30%

ilvataranto2901.gifPer sostenere gli investimenti privati in prodotti, servizi ed infrastrutture verdi, l'Europa ha bisogno di politiche non più orientate al protezionismo e alla salvaguardia di vecchi modelli economici che danneggiano i settori e le industrie più innovative. A sostenerlo è Greenpeace secondo cui il primo obiettivo dell'UE deve essere quello di aggiornare i target in termini di riduzioni delle emissioni climalteranti per il 2020, che devono passare dall'attuale 20% al 30%. Secondo l'Ong, infatti, solo obiettivi più ambiziosi possono fare da volano ad un'occupazione verde e ad un'economia efficiente nell'uso delle risorse. Per confermare questa ipotesi Greenpeace ricorda i risultati di uno studio commissionato dal ministro dell’ambiente tedesco e condotto da ricercatori di tutta Europa, secondo il quale l'obiettivo di riduzione delle emissioni del 30%, accompagnato da politiche adeguate e robuste, potrebbe

  • Spingere gli investimenti in Europa dall’attuale 18% sino al 22% del PIL dell’Unione
  • Creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro
  • Incrementare di 620 miliardi di euro (o dello 0,6%) al 2020 il PIL dell’Unione rispetto all’ipotesi in cui un simile obiettivo (e le conseguenti politiche) non venisse adottato
  • Aiutare l’industria europea a mantenere e consolidare la sua leadership, nei confronti di potenze emergenti, soprattutto dal est (Cina su tutte).

Per queste ragioni Greenpeace ha lanciato un appello al mondo dell'impresa europeo, affinchè sostenga apertamente e pubblicamente l’obiettivo di una riduzione del 30% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.


FALSI MITI FACILMENTE  SMONTABILI
Greenpeace ha voluto smontare anche cinque mitismontare
anche cinque miti, spesso proposti da chi si oppone all'innalzamento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas setta dal 20 al 30%. Vediamo quali sono queste obiezioni e le risposte di Greenpeace

  1. In mancanza di un accordo globale che preveda impegni più ambiziosi, l’UE non deve innalzare in alcun modo il suo target unilaterale di riduzione delle emissioni del 20%.

  • Secondo l'Ong esistono invece fonti autorevoli che confermano come una riduzione delle emissioni di gas serra del 30% per l’UE, supportata da adeguate politiche, comporterebbe più investimenti, minore costo dei carburanti e crescita dell’occupazione, indipendentemente dalle scelte effettuate dalle altre nazioni
  1. È impossibile, per le industrie manufatturiere, raggiungere un obiettivo del 30% al 2020 senza tagli nella produzione e nell’occupazione.

  • Greenpeace sostiene che le grandi industrie energivore come quelle dell’acciaio, dei metalli non ferrosi, della carta, della chimica, dovrebbero investire in produzioni più efficienti, aumentando in questo modo la competitività e svincolandole dagli andamenti del prezzo dell’energia. Inoltre la minaccia di una vasta delocalizzazione delle produzioni europee, dovuta alla fuga da vincoli severi sulle emissioni, è esagerata, secondo Greenpeace, come peraltro dimostrato da una ricerca indipendente dell’Università di Cambridge . Il vero rischio per l’occupazione nelle industrie pesanti europee, continua l'Ong, viene dalla scarsità della domanda nei mercati europei delle infrastrutture e dell’edilizia.


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NEI PROSSIMI DIECI ANNI IL FATTURATO DELLE RINNOVABILI CRESCERÀ DELL'85%

eolicozeroemirome1009.gifI numeri delle rinnovabili nell'ultimo decennio sono impressionanti e dovrebbero far riflettere una volta di più su quale è la strada da percorrere per il futuro energetico del pianeta. A fare i conti è stata la società di consulenza Clean Edge nel consueto report  Clean Energy TrendsClean
Energy Trends, giunto alla decima edizione. Secondo quanto si legge nel rapporto l'ultimo decennio le energie rinnovabili e più in generale le tecnologie connesse al risparmio energetico hanno mostrato opportunità di business sorprendenti e crescendo ai ritmi di rivoluzioni tecnologiche come il telefono, l'informatica e internet.
A dir poco sensazionali i dati del fotovoltaico, che nel 2000 era ancora poco conosciuto e sviluppava un giro d'affari di 2,5 miliardi di dollari, mentre dieci anni dopo ha raggiunto un fatturato di 71,2 miliardi, con un ritmo di crescita medio annuo de 39,8%. Molto bene anche l'eolico, che è cresciuto nello stesso periodo ad un tasso medio annuo del 29,7%, passando dai 4,5 miliardi di dollari del 2000 ai 60,5 miliardi del 2010. Ma tassi di crescita affini si sono registrati anche in altri settori delle “tecnologie pulite” come l'edilizia ecocompatibile, le smart grid e le auto elettriche. Basti pensare ad esempio che il numero di auto elettriche che circolavano negli Usa nel 2000 era pari a 10mila veicoli, mentre ora (2010) supera il milione e quattrocentomila unità e contestualmente i modelli disponibili sono passati da 2 a 30. Allo stesso modo gli edifici “verdi” certificati sono passati dai 3 del 2000 (in tutto il mondo) agli 8138 del 2010.
Nella scorsa decade sono cresciuti anche in maniera rilevanti gli investimenti nel settore delle tecnologie pulite. Secondo quanto riporta l'indagine, solamente tra il 2009 e il 2010 gli investimenti in capitale di rischio nelle tecnologie verdi sono cresciuti (negli Usa) del 45,7%, passando da 3,5 miliardi di dollari a 5,1 miliardi, mentre nel 2000 non arrivavano nemmeno al mezzo miliardo di dollari.

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DALLA COMMISSIONE EUROPEA UNA NUOVA ROADMAP PER RIDURRE LE EMISSIONI DELL'80% AL 2050

raffineria0903.gifLa Commissione Europea. pur senza fissare target precisi, ha definito come necessario l'innalzamento degli obiettivi al 2020, in termini di riduzione delle emissioni. Minori emissioni significa anche una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili ed una riduzione nel medio lungo periodo dei costi connessi alle importazioni di gas e petrolio. Nella Roadmap 2050 Roadmap
2050 la Commissione fa notare che nel 2009 è stata globalmente raggiunta una riduzione del 16% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 (di riferimento) e che presto potrebbero essere raggiunti anche quelli previsti per il 2020 (-20%). Tuttavia se si proseguisse a questo ritmo nel 2050 la riduzione delle emissioni sarebbe solo del 40%, mentre l'obiettivo annunciato vuole essere doppio. Per cui la quota del -40% andrà raggiunta con vent'anni di anticipo (2030) e quella del -60% nel 2040. Per raggiungere questi risultati bisognerà però accelerare fin da subito e non accontentarsi del -20% al 2020, ma spingersi almeno al 25% entro quella data. Ma come raggiungere questi target? In primo luogo bisognerebbe che gli Stati Membri prestassero maggiore attenzione all'efficienza energetica, visto che, spiega il documento, se venisse raggiunto l'obiettivo della riduzione del 20% dei consumi finali rispetto a quelli tendenziali al 2020, automaticamente si otterrebbe una riduzione dei gas serra del 25% entro quella data. Ma l'obiettivo sui consumi (che non è vincolante) risulta ben lontano da quello fissato e con tutta probabilità al 2020 si arriverà ad un taglio del 9-11%. Secondariamente andrebbero tagliate entro il 2030 le emissioni nella produzione di energia elettrica, nei trasporti, nell'edilizia e nel settore industriale e agricolo di una percentuale compresa tra il 40 e il 44%. La riduzione maggiore dovrebbe riguardare la produzione di energia (da -54% a -68%) e l'edilizia residenziale (tra il 37% e il 54%). Al 2050 poi la riduzione delle emissioni relative alla produzione di energia dovrebbe raggiungere un valore compreso tra il -93% e il -99%, mentre quella dell'edilizia tra – 88% e -91%.
Per raggiungere questi ambiziosi risultati la Commissione suggerisce anche una revisione del emission trading europeo (EU-ETS), il sistema di scambio delle emissioni, che porti alla riduzione graduale ma progressiva dei permessi assegnati gratuitamente.

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LO SVILUPPO DELLE ENERGIE RINNOVABILI POTREBBE PORTARE AL 2020 150MILA NUOVI POSTI DI LAVORO

windenergy2501.gifLa promozione delle energie rinnovabili, quale fattore chiave della Green Economy, può offrire concrete opportunità di crescita industriale, con risvolti positivi sull'occupazione e sulla competitività del Paese. E' questo uno degli aspetti centrali del dossier: “Dossier Energia e lavoro sostenibileDossier Energia
e lavoro sostenibile”, presentato nei giorni scorsi dall'Osservatorio Energia e Innovazione dell’Ires Cgil.
Secondo lo studio nel 2020, nella ipotesi di massima potenzialità delle opportunità, l’occupazione italiana lorda nel settore delle rinnovabili potrebbe raggiungere le 250mila unità, con una predominanza per quanto riguarda il ramo delle delle biomasse, del fotovoltaico e dell’eolico. Ciò significa che in dieci anni si creerebbero quasi 150mila posti di lavoro, visto che attualmente l'occupazione verde in Italia, tra posti diretti ed indiretti, è di poco superiore alle 100mila unità, di cui poco più della metà occupata nei rami dell'eolico (circa 10mila addetti), del fotovoltaico (circa 5700 addetti) e delle biomasse (circa 25mila addetti).
In termini di occupazione netta, ovvero del saldo considerando anche le perdite di posti di lavoro, lo studio ipotizza un aumento di posti di lavoro compresi trai le 53.500 e le 97.500 unità complessive. Indipendentemente dagli scenari ipotizzati nello studio, Ires considera fotovoltaico, eolico e biomasse (soprattutto) come le tecnologie rinnovabili con i maggiori potenziali di crescita.
Ricordiamo che sul rapporto tra occupazione ed energie rinnovabili sono intervenuti anche l'Anev, (associazione nazionale dell’energia del vento) che ha ipotizzato al 2020 per l'eolico la creazione di 67 mila nuove unità di lavorola
creazione di 67 mila nuove unità  di lavoro (compreso l'indotto) e il Cnel (Consiglio Nazioanle dell'Economia e del Lavoro) secondo cui lo sviluppo delle rinnovabili potrebbe portare a 100mila nuovi posti di lavorosviluppo
delle  rinnovabili potrebbe portare a 100mila nuovi posti di lavoro.



LE NUOVE FIGURE PROFESSIONALI
Nello studio l'Ires ha provato ad ipotizzare quali figure professionali potranno emergere dallo sviluppo delle energie rinnovabili, sia in termini di consolidamento di professioni già esistenti che di nuovi lavori emergenti. Pur nella complessità di tale previsione l'Istituto di Ricerche ha sottolineato che dallo sviluppo delle rinnovabili potrebbero trarre vantaggio tre tipologie di figure professionali:

  • un insieme di nuove professioni che lavorano a diretto contatto con le nuove tecnologie verdi e che per questo possono aver bisogno di nuove qualifiche e di aggiornamento

  • un gruppo di professioni tradizionali che, pur esplicandosi in aziende verdi, non comportano un contatto diretto con le nuove tecnologie e non richiedono, quindi, l’acquisizione di nuove competenze, per compiere il proprio lavoro. Ad esempio il personale amministrativo delle aziende che lavorano nel campo delle rinnovabili.

  • un gruppo di figure professionali provenienti da settori in crisi, i quali possono godere di un condizione di “rivitalizzazione” generata dalla fase di crescita delle nuove tecnologie. Anche per questo tipo di figure non dovrebbe essere necessario integrare le proprie competenze per poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro.

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