Venerdi, 24 Novembre 2017

Green Economy

Rifiuti Urbani: Cala la Produzione Totale ed Aumenta la Quota di Raccolta Differenziata

cassonettidifferenziata0807.gifBuoni risultati giungono sul fronte della produzione dei rifiuti urbani che, secondo il “Rapporto Rifiuti Urbani 2011Rapporto
Rifiuti Urbani 2011” dell'Ispra, è calata dell'1%, tra il 2008 e il 2009, attestandosi a circa 32,1 milioni di tonnellate. Il calo nella produzione di rifiuti urbani si è registrato su tutto il territorio nazionale, anche se non in maniera uniforme. Nel Centro Italia, infatti, la riduzione è stata dell'1,6%, segue il Nord con -1,4% e il Mezzogiorno con -0,4%. La riduzione media registrata nel 2009, risulta molto più marcata di quella dell'anno precedente quando il calo della produzione dei rifiuti urbani era stato solo dello 0,2% sul valore del 2007. Questo miglior risultato si spiega in parte con la contrazione di alcuni indicatori economici registrati tra il 2008 e 2009, che sono direttamente correlati alla produzione dei rifiuti urbani, come il Pil, diminuito del 3% e la spesa delle famiglie, calata del 2%. A livello pro capite la produzione di rifiuti è scesa, nello stesso arco di tempo dell'1,6%, per un valore complessivo di circa 532 kg per abitante, 9 kg in meno dell'anno precedente. Rispetto al 2006, fa notare l'Ispra, quando la produzione pro capite di rifiuti aveva raggiunto il valore massimo di 550 kg l'anno, la riduzione è stata di 18 kg per abitante per anno. In questo caso nel 2009 i valori maggiori di produzione di rifiuti pro capite si registrano al Centro con 604 kg per abitante all'anno, contro i 530 kg del Nord e i 493 kg del Sud.
Tra le regioni i valori di produzione dei rifiuti urbani  pro capite più alti si sono registrati in Emilia Romagna con 666 kg per abitante l'anno, che precede la Toscana (663 kg),la Valle d’Aosta (621 kg) e Liguria (605 kg). Dall'altra parte la produzione di rifiuti pro capite minore spetta a quattro regioni del Mezzogiorno con in testa la Basilicata con 382 kg di rifiuti per abitante l'anno, seguita dal Molise (426 kg), dalla Campania (467 kg) e dalla Calabria (470 kg). Sul fronte della raccolta differenziata, il rapporto sottolinea che anche nel 2009 è continuato il trend di crescita registrato negli anni precedenti e che si è raggiunto un livello di differenziata pari al 33,6% della produzione totale di rifiuti, contro il 30,6% del 2008. Buoni i risultati del Mezzogiorno che pur non brillando in assoluto come performance di raccolta differenziata, ha aumentato la quota dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato, tra il 2008 ed il 2009, del 29,4% (+ 450 mila tonnellate). Segue il Centro con una crescita del 6,9% (+115 mila tonnellate di rifiuti) e il Nord con il 4,2% (+280 mila tonnellate).


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Attività Estrattive: Occorre Aumentare il Riciclo di Inerti Edili e un Nuovo Schema Normativo

cava0707.gifL'attività estrattive rappresentano un settore chiave dell'economia italiana, perchè accompagna elementi del tessuto produttivo come l'edilizia e le infrastrutture e incrocia alcuni marchi di punta del made in Italy, come quelli della ceramica e dei materiali pregiati. Inoltre è un settore che interessa fortemente il paesaggio, andando spesso a modificare il territorio e ad aumentare l'impatto ambientale. Nonostante tutti questi elementi di rilievo e d'analisi, dell'attività estrattiva, “un settore dove i guadagni sono miliardari a fronte di pochi euro lasciati al territorio” non si interessa nessuno. É questo uno dei commenti di Legambiente contenuti nel rapporto: “ Cave 2011Cave
2011”, dove l'associazione presenta i numeri, il quadro normativo e fa il punto sull’impatto economico e ambientale dell’attività estrattiva nel territorio italiano. Cominciamo dai numeri.
In Italia nel 2010 risultavano attive 5736 cave, mentre 13016 sono quelle ufficialmente dismesse, ovvero secondo i numeri delle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Considerando anche le cave abbandonate il numero totale delle cave dismesse potrebbe superare, secondo Legambiente, abbondantemente le 15 mila unità. Durante gli scorsi dodici mesi, nonostante la crisi economica sono stati estratti 90 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia (che rappresentano il 59% di tutti i materiali estratti), 41,7 milioni di metri cubi di calcare e 12 milioni di pietre ornamentali. Numeri impressionanti che presupporrebbero una normativa all'avanguardia che tuteli sia il lavoro che il territorio, quantomeno in un Paese normale. In Italia, invece, spiega Legambiente, il quadro normativo è ancora fermo ad un Regio Decreto del 1927, che prevede un approccio di sviluppo generale e non tiene conto dell'impatto dell'attività estrattiva sul territorio. Va detto che dal 1977 sono stati trasferiti alle regioni i poteri in materia di cave, tuttavia a 34 anni di distanza sono molte quelle che non prestano la dovuta attenzione alla materia, con, precisa Legambiente, le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni che risultano "ridicole in confronto al volume d’affari del settore”. Nello specifico, spiega il rapporto, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia, i materiali più estratti, ma anche quelli di minor pregio, i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l'anno, che però fruttano alla regioni meno di 36 milioni di euro di canoni di concessioni. Ciò significa che nelle Regioni italiane si paga in media il 4% del prezzo di vendita degli inerti, ma non ovunque, visto che in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna l'attività estrattiva è addirittura gratuita. Senza contare che in molte regioni (Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte,) non esiste un piano cava che regoli l'attività estrattiva, lasciando di fatto tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione senza alcun riferimento su quanto, dove, come cavare. Una situazione incomprensibile, soprattutto visto il peso delle Ecomafie in Italia soprattutto nella gestione del cemento e nel controllo della aree di estrazione.

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Energia Maree: in Italia un Potenziale Energetico Pari a Quello di 6 Centrali Nucleari

maree2006.gifNei giorni scorsi abbiamo visto come secondo la Coldiretti, dall'agricoltura sia possibile ottenere un potenziale di energia pari a quella prodotta da tre centrali nuclearipotenziale
di energia pari a quella prodotta da tre centrali nucleari. Ma se le biomasse agricole costituiscono una delle fonti rinnovabili dal grande potenziale inespresso, come sottolineato anche da ConfagricolturaConfagricoltura, di certo non sono le uniche, visto che il nostro Paese può vantare diversi assi nella manica per costituire un assetto energetico meno dipendente dalle energie fossili e dalle importazioni. Una di questi assi riguarda lo sfruttamento delle correnti e delle maree, al fine di produrre energia. Si tratta di un campo in cui Paesi come Regno Unito, Portogallo, Norvegia, Stati Uniti, Giappone e Canada investono significativamente, già dagli anni settanta, mentre l'Italia, pur essendo per tre quarti circondata dal mare, appare in ritardo sia nella ricerca che nelle applicazioni. Di questi ed altri temi si è parlato al worshop promosso dall'Enea dal titolo: "Prospettive di sviluppo dell'energia dal mare per la produzione elettrica in Italia", dove sono emerse impressionanti potenzialità per il settore.
Basti pensare che, sfruttando la potenza delle correnti e delle onde, lungo gli 8 mila chilometri delle coste italiane, si otterrebbe un potenziale di energia elettrica pari a quello di 6 impianti nucleari Epr. Ma non è finita, solo dal potenziale delle correnti marine dello Stretto di Messina, dove qualcuno vorrebbe fare un ponte, si potrebbe produrre una quantità di energia elettrica in grado di soddisfare il fabbisogno di una città di due milioni di abitanti.
All'obiezione relativa all'impatto ambientale che tali opere potrebbero causare, Enea risponde che, con mille chilometri di impianti che sfruttano un valore medio dell'altezza dell'onda del mare e costruiti su opere già esistenti come porti, dighe foranee o dighe frangiflutti o anche costruiti al largo delle coste, si potrebbe ottenere un potenza di produzione energetica di 1.600 Megawatt, la stessa di una centrale nucleare Epr.
Certo una ricorso di massa a questi impianti non potrebbe essere realizzato così su due piedi, visto che come sottolineato dall'Università della Tuscia, Marco Marcelli, sulle coste italiane ci sono: “enormi attività ed ecosistemi da salvaguardare, beni che il progresso deve tutelare”. Marcelli ha evidenziato però comunque le potenzialità enormi del mare nella produzione di energia elettrica, ricordando che la sola corrente Levantina che scorre nel Mediterraneo e fuoriesce dallo Stretto di Gibilterra, sposta di tonnellate d'acqua trasportando con sé energia che andrebbe in qualche modo sfruttata.

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Riciclaggio Rifiuti: un Settore Che Porta Benefici per Quasi 10 Miliardi di Euro

riciclaggio1706.gifUno dei punti di forza e di maggior dinamicità della green economy italiana è senz'altro quello del riciclaggio di rifiuti, sebbene per molti versi la strada da percorrere in questo campo sia tutt'altro che in discesa. Il settore sta facendo passi da gigante, ad esempio per quanto riguarda i RaeeRaee, cercando di recuperare il gap con l'Europa e si avvale anche di un buon supporto sul fronte legislativo, come la recente approvazione del SistriSistri o le novità introdotte per lo smaltimento degli pneumatici usatismaltimento
degli pneumatici usati. Secondo l'amministratore delegato di Althesys, Alessandro Marangoni, il riciclaggio risulta strategico per l’industria italiana e rappresenta: “ un esempio tangibile di come possa realizzarsi la green economy”. Parole spese durante gli Stati generali del riciclo, organizzati da Conai, Consorzio nazionale imballaggi. I numeri presentati parlano di un settore che non sembra aver risentito della crisi, ma che anzi, ha aumentato nel 2010 il riciclaggio dei materiali dall’8,2% in più per il vetro al 30% in più dell’acciaio.
Dall'analisi economica dei costi benefici emerge inoltre che l'attività del consorzio in termini di raccolta, riciclo e riuso dei materiali di recupero ha permesso risparmi per 9,3 miliardi di euro.

Nel solo 2010 i benefici derivanti dal riciclaggio hanno raggiunto 1,6 miliardi di euro a fronti di costi per il sistema di raccolta stimati in 386 milioni di euro, senza dimenticare i benefici ambientali in termini di emissioni evitate che ammontano a 63,3 milioni di tonnellate di CO2. Nel 2010 sono state riciclate 5,2 milioni di tonnellate di carta, 3 di legno, 1,6 di plastica, 1,9 di vetro, 21,5 di acciaio e 804 mila tonnellate di alluminio. In più grazie al sistema Conai nello scorso anno è stato riciclato il 64,6% degli imballaggi immessi al consumo (+ 4,6% rispetto al 2009) e recuperato il 74,9% (+4,4%).
Sempre più importanza nel sistema produttivo assume poi il peso delle “materie prime seconde”, ovvero quelle ottenuto dopo una fase di riciclaggio.

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La Sostenibilità Delle Foreste in Italia e Nell'Unione Europea

foreste, sostenibilità, Unione EuropeaNel 2010 circa 178 milioni di ettari di superficie dell'Unione Europea a 27 risultavano occupati da foreste e da altri terreni boschivi, pari al 41% del totale dell'area Ue. Tre quarti di questa superficie forestale è disponibile per la fornitura di legno, tuttavia nel 2010 si è registrato un saldo positivo tra la nuova crescita di alberi e il volume di abbattimenti. Nel 2009 le fonti di energia rinnovabili hanno provveduto a coprire il 9% del totale del consumo interno lordo dell'Unione Europea. Legno e scarti del legno hanno costituito la principale fonte di energia rinnovabile, coprendo quasi la metà dei consumi di energie rinnovabili dei Paesi Membri.
Sono questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto “Forestry in the EU and the world” pubblicato dall'Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, in relazione con l'anno internazionale delle Foresteanno internazionale delle Foreste che ricorre proprio nel 2011. 

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