Mercoledi, 12 Dicembre 2018

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Attività Estrattive: Occorre Aumentare il Riciclo di Inerti Edili e un Nuovo Schema Normativo


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L'attività estrattive rappresentano un settore chiave dell'economia italiana, perchè accompagna elementi del tessuto produttivo come l'edilizia e le infrastrutture e incrocia alcuni marchi di punta del made in Italy, come quelli della ceramica e dei materiali pregiati. Inoltre è un settore che interessa fortemente il paesaggio, andando spesso a modificare il territorio e ad aumentare l'impatto ambientale. Nonostante tutti questi elementi di rilievo e d'analisi, dell'attività estrattiva, “un settore dove i guadagni sono miliardari a fronte di pochi euro lasciati al territorio” non si interessa nessuno. É questo uno dei commenti di Legambiente contenuti nel rapporto: “ Cave 2011Cave
2011”, dove l'associazione presenta i numeri, il quadro normativo e fa il punto sull’impatto economico e ambientale dell’attività estrattiva nel territorio italiano. Cominciamo dai numeri.
In Italia nel 2010 risultavano attive 5736 cave, mentre 13016 sono quelle ufficialmente dismesse, ovvero secondo i numeri delle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Considerando anche le cave abbandonate il numero totale delle cave dismesse potrebbe superare, secondo Legambiente, abbondantemente le 15 mila unità. Durante gli scorsi dodici mesi, nonostante la crisi economica sono stati estratti 90 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia (che rappresentano il 59% di tutti i materiali estratti), 41,7 milioni di metri cubi di calcare e 12 milioni di pietre ornamentali. Numeri impressionanti che presupporrebbero una normativa all'avanguardia che tuteli sia il lavoro che il territorio, quantomeno in un Paese normale. In Italia, invece, spiega Legambiente, il quadro normativo è ancora fermo ad un Regio Decreto del 1927, che prevede un approccio di sviluppo generale e non tiene conto dell'impatto dell'attività estrattiva sul territorio. Va detto che dal 1977 sono stati trasferiti alle regioni i poteri in materia di cave, tuttavia a 34 anni di distanza sono molte quelle che non prestano la dovuta attenzione alla materia, con, precisa Legambiente, le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni che risultano "ridicole in confronto al volume d’affari del settore”. Nello specifico, spiega il rapporto, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia, i materiali più estratti, ma anche quelli di minor pregio, i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l'anno, che però fruttano alla regioni meno di 36 milioni di euro di canoni di concessioni. Ciò significa che nelle Regioni italiane si paga in media il 4% del prezzo di vendita degli inerti, ma non ovunque, visto che in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna l'attività estrattiva è addirittura gratuita. Senza contare che in molte regioni (Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte,) non esiste un piano cava che regoli l'attività estrattiva, lasciando di fatto tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione senza alcun riferimento su quanto, dove, come cavare. Una situazione incomprensibile, soprattutto visto il peso delle Ecomafie in Italia soprattutto nella gestione del cemento e nel controllo della aree di estrazione.


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A proposito di cemento il rapporto ricorda che, nonostante in tutti i Paese il consumo sia crollato nel 2010 per via della crisi economica, l'Italia si sia distinta in tal senso. Il nostro Paese, infatti, continua a detenere il primato continentale con oltre 34 milioni di tonnellate di cemento consumati in un periodo di crisi, per una media di 565 chili per ogni cittadino a fronte di una media europea di 404, vale a dire il 39,8% in più.
Per risolvere la situazione, spiega il responsabile Urbanistica di Legambiente, Edoardo Zanchini, è necessario, accanto ad un nuovo schema normativo, che l'Italia punti maggiormente sull'innovazione, visto che anche l'attività estrattiva, può diventare, come negli altri Paesi europei, un settore di punta della green economy. Ciò semplicemente puntando sul recupero degli inerti provenienti dall'edilizia, senza ricorrere continuamente a nuovo materiale estratto dalle cave. In pochi anni, prosegue Zanchini, sarebbe possibile raggiungere risultati rilevantissimi attraverso l’obbligo di utilizzare materiali provenienti dal riciclo degli inerti edili, invece di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni, visto che oggi hanno prestazioni assolutamente identiche. L'esempio positivo in questi casi arriva dall'Europa, visto che a fronte del 10% dei materiali riciclati provenienti dall’edilizia, utilizzati nel nostro Paese, in Germania si è passati dal 17% del 1999 all'86,3% odierni ed in Francia dal 15% al 62,3% nell'ultimo decennio. Inoltre un sistema di riciclaggio permetterebbe oltre a diminuire i costi e l'impatto ambientale anche di aumentare i posti di lavoro, visto che per una cava da 100 mila metri cubi l’anno servono in media 9 addetti, mentre per un impianto di riciclaggio di inerti della stessa dimensione ne occorrono 3 in più.

   


 
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