Mercoledi, 12 Dicembre 2018

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CGIL: CALA IL POTERE D'ACQUISTO DEI DIPENDENTI, OCCORRONO INVESTIMENTI E MINOR DISUGUAGLIANZE


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Nell'ultimo decennio i lavoratori dipendenti italiani hanno perso circa 5500 euro di potere d'acquisto. E' quanto sostiene il 5° rapporto Ires- Cgil “Salari in Italia -2000-2010: un decennio perduto”, secondo cui, dal 2000, le retribuzioni dei dipendenti hanno avuto una perdita cumulata del potere di acquisto di 3384 euro, a causa dell'inflazione effettiva (deflattore dei consumi) più alta di quella prevista, a si aggiungono oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag che porta la perdita nel complesso a 5.453 euro. Secondo la Cgil il decennio appena trascorso può definirsi come perduto, in termini di crescita, occupazione, produttività e salari netti. Dal 2001 ad oggi, infatti il Pil, l'occupazione e la produttività hanno registrato una crescita pari a zero. Allo stesso tempo si è assistito ad un'inflazione strutturalmente più alta che negli altri Paesi Europei, ad un aumento del debito pubblico (già molto alto) e ad una bilancia dei pagamenti a saldo negativo. Il rapporto evidenzia anche che il Nostro Paese non è propriamente ben messo nemmeno per quanto riguarda la ripresa economica. Infatti, secondo le stime della Cgil l'Italia recupererà il livello di Pil raggiunto nel 2007,non prima del 2015, mentre i livelli occupazionali pre-crisi saranno riconquistati non prima del 2017.
Sul fronte delle retribuzioni la Cgil segnala che negli ultimi due anni la pressione fiscale è salita dello 0,4% (0,2% ogni anno), mentre l'incremento medio reale degli stipendi risulta di appena 16,4 euro netti mensili. Cifra che si abbassa ulteriormente di quasi due terzi, raggiungendo i 5,9 euro/ mese, se si considera anche l’abbattimento del reddito dovuto al massiccio ricorso alla cassa integrazione.
Complessivamente la perdita cumulata sulle retribuzioni dei dipendenti negli ultimi dieci anni equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate sottratte al potere di acquisto dei salari. Nel confronto con gli altri Paesi europei le retribuzioni lorde italiane, a parità di potere d'acquisto, risultano essere cresciute, nel periodo 2000-2008, del 2,3% contro il 17,40% di quelle dei lavoratori inglesi, l'11,1% e il 4,52% di quelle di francesi e americani.
La Cgil riporta che rispetto al 2° trimestre del 2006 (picco), già prima del 2009 la flessione del reddito delle famiglie superava il 6%, pari a oltre 1100 euro annui. Allo stesso tempo il rapporto tra debiti (mutui, credito al consumo) e reddito medio lordo ha raggiunto il 60%, crescendo di ben 27 punti percentuali  dal 2001 al 2009 e di 5 punti nell'ultimo anno. Ovviamente questa perdita di potere d'acquisto non ha riguardato tutte le famiglie, ma solamente quelle di dipendenti (specificatamente operai e impiegati) che tra il 2002 e il 2010 hanno registrato una perdita di 3118 euro contro un guadagno di 5940 euro per professionisti ed imprenditori.


DISUGUAGLIANZA E CONCENTRAZIONE DEL REDDITO
La Cgil riporta anche che il nostro Paese risulta il sesto Paese più diseguale, tra i 30 dell'Ocse, se si considera l’indice di concentrazione del reddito. Nel nostro Paese cresce più di tutti gli altri Paesi Ocse la distanza percentuale tra reddito medio e reddito mediano riferito al 50% della popolazione più povera. Tale distanza è passata negli ultimi 15 anni dal 10,5% al 17,3% (rilevato prima della crisi) e arriverà il prossimo anno a superare il 20%.


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Già adesso sottolinea la Cgil, oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1300 euro netti al mese, 7 milioni (di cui il 60% donne) ne guadagnano meno di 1000, mentre oltre 7 milioni di pensionati di vecchiaia o anzianità percepiscono meno di mille euro netti mensili. Stando alle indagini sulle Forze Lavoro Istat e considerando come riferimento un salario netto medio mensile di 1260 euro:
  • una lavoratrice guadagna il 12% in meno

  • un lavoratore di una piccola impresa (1-19 addetti) il 18,2% in meno
  • un lavoratore del Mezzogiorno il 20,0% in meno
  • un lavoratore immigrato (extra-UE) il 24,7%
  • un lavoratore a tempo determinato il 26,2%
  • un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27,0% in meno
  • un lavoratore in collaborazione il 33,3% in meno.



CRITICITÀ DELL'ECONOMIA ITALIANA
Secondo la Cgil il problema dell'economia italiana risiede nel fatto che l’andamento della quota di investimenti in rapporto ai profitti, dell’intera economia, negli ultimi trent’anni, ha segnato una caduta del 38,7%.
Ciò ha comportato che la produttività reale delle imprese italiane sia cresciuta solamente dell'1,8% dal 1995, contro un valore compreso tra il 25% e il 32%, di quelle di Francia Regno Unito e Germania. A pesare su tale forbice sono anche alcuni tratti distintivi dell'economia industriale italiana, come la piccola dimensione d'impresa e la forte specializzazione in settori a bassa intensità tecnologica e della conoscenza.

  [Via: CgilCgil ]


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