Mercoledi, 19 Settembre 2018

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NEGLI ULTIMI 10 ANNI IL DEBITO DELLE IMPRESE È RADDOPPIATO, SCARSI GLI INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE


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Negli ultimi dieci anni è sicuramente cambiato il modo di fare impresa in Italia, sebbene un bilancio univoco non sia possibile a causa del terremoto causato dalla crisi economica. La Cgia di Mestre dopo aver calcolato che gli effetti della crisi hanno riportato il valore aggiunto reale ai livelli del 2001valore
aggiunto reale ai livelli del 2001, ha analizzato la crescita dell'indebitamento nell'ultimo decennio. Secondo l'associazione l'indebitamento medio di ciascuna impresa italiana ha toccato i 176596 euro con una crescita negli ultimi dieci anni del 93,6%. A fronte di un indebitamento praticamente raddoppiato, nello stesso periodo l'aumento dell'inflazione è stato poco superiore al 23%. L'analisi dell'Ufficio studi della CGIA di Mestre ha interessato l’indebitamento delle società e quasi società non finanziarie e le cosiddette “famiglie produttrici”, mettendo in luce che l'esposizione del sistema bancario è giunto in termini assoluti a 933 miliardi di euro.
A livello territoriale la provincia più “scoperta” in termini assoluti risulta essere Milano, con un importo medio per azienda pari a 418361 euro, seguita da Brescia con 324037 e Siena con 296787 euro. A livello percentuale, invece, l'aumento più sostenuto registrato nell'ultimo decennio è avvenuto a Siena (+229,7%) seguita da Rimini (+191,8%) e da Grosseto (+156,9%). Dall'altra parte le provincie con indebitamento minore in senso assoluto sono Enna con un importo medio per azienda pari a 37880 euro,  Benevento con 39343 euro e  Agrigento con 42563 euro. A livello percentuale, invece, l'aumento minore registrato nell'ultimo decennio è stato a Sassari (+2,8%) seguita da Potenza (+7,5%) e da Biella (+11,5%).
Il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, nel commentare i dati ha sottolineato che l'aumento dell'indebitamento è stato progressivo, ma con l'avvento della crisi economica si è assistito ad un'inversione di tendenza. Tra il 2008 e il 2009, infatti,l'esposizione delle imprese è diminuita mediamente del 2%, sia per effetto delle minor richieste avanzate dalla imprese al sistema creditizio sia per le maggiori difficoltà delle stesse banche a concedere prestiti.
Oltre alle ristrutturazione organizzativa, la crescita consistente del debito è imputabile, secondo Bortolussi, all'aumento dei ritardi nei pagamenti registrato in questi anni. Soprattutto le imprese più piccole hanno reagito a questa pratica ricorrendo a prestiti bancari per far fronte alle proprie scadenze di pagamento.
Interessante, infine il dato estrapolato dalla Cgia per quanto riguarda la quota di investimenti che le grandi imprese hanno realizzato nel settore immobiliare rispetto a quella in macchinari e attrezzature.


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Secondo l'associazione la prima è superiore di circa due volte e mezza rispetto alla seconda, in valore assoluto 237,58 miliardi di euro contro 97,27 miliardi. Tra il 2000 e il 2009 gli investimenti immobiliari sono aumentati del 104,1% e i secondi solo del 13,4%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata del + 21,5%. Ciò significa che le grandi imprese hanno preferito l'investimento speculativo invece che investire nell’innovazione di processo per migliorare la competitività e divenire quindi più concorrenziali sul mercato interno ed estero. Una conclusione a cui è giunta anche la Cgil nel rapporto “Salari in Italia -2000-2010: un decennio perduto”rapporto
“Salari in Italia -2000-2010: un decennio perduto”, in cui l'associazione sindacale ha calcolato che negli ultimi trent’anni l’andamento della quota di investimenti in rapporto ai profitti ha segnato una caduta del 38,7%. Per cui sembra proprio che nonostante le evoluzioni industriali e organizzative il modo di fare impresa in Italia rimane sempre legato a politiche conservative e poco competitive.

 

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