Martedi, 20 Agosto 2019

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Carceri italiane: troppo affollate e con scarso effetto riabilitativo


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Nei giorni scorsi, in occasione della Conferenza regionale del volontariato e giustizia Campania è stato presentato il Rapporto sulle carceri 2011, un documento che analizza le condizioni dei detenuti e delle carceri italiane. I numeri palesano una situazione di “emergenza” che smentisce il luogo comune secondo cui in carcere si conduce una vita facile, per di più con vitto e alloggio gratuiti. Quasi paradossale parlare di emergenza considerando che la situazione delle carceri italiane non ha fatto registrare miglioramenti nell’ultimo decennio. Il problema più grande dal punto di vista prettamente pratico riguarda il sovraffollamento: ma, indagando ad un livello più profondo, il rapporto carceri invita a riflettere sul valore riabilitativo della pena stessa

Sappiamo infatti che, secondo quanto prevedono la Costituzione italiana e la legge per l'Ordinamento Penitenziario, la detenzione non ha solo funzione preventiva o repressiva ma anche e soprattutto (ri)educativa: il carcere serve, almeno in teoria (o almeno in uno Stato non dittatoriale), a riabilitare gli autori di illeciti e reati. Quello che viene poco curato, secondo quanto si legge nel Rapporto, è proprio l’effetto riabilitativo della pena: all’uopo in alcune realtà locali intervengono dei volontari ma il sistema resta carente.

Nella Conferenza si è detto senza mezzi termini che se i soggetti entrano da autori di un reato, ne escono come vittime perché, durante lo sconto della pena, gli viene negata l’esistenza. In questo modo il carcere non può che divenire fabbrica di uomini inariditi, privati di tutto e, quindi, più cattivi. Il tutto si aggrava se si considera che il 90% dei soggetti che finiscono in carcere sono emarginati (tossicodipendenti, immigrati o poveri) e che scontata la pena, la solitudine e il senso di isolamento aumentano. Il rapporto quindi non analizza solo la realtà all’interno delle carceri italiane ma è anche una critica all’opinione pubblica, troppo spesso rassicurata dall’impatto mediatico di grandi blitz e arresti e disinteressata ai diritti dei detenuti e degli emarginati in generale. Durante la conferenza la dott.ssa Annamaria De Gruttola ha citato uno studio torinese che ha dimostrato come un percorso di assistenza e riabilitazione dei detenuti contribuisca a far scendere notevolmente la percentuale di recidiva.
Emerge chiaramente l’esigenza di una riforma che tenda a velocizzare i processi e i tempi della giustizia, a ridurre il sovraffollamento nelle carceri e a seguire in maniera più umana i detenuti. Il 2010 sembrava essere da questo punto di vista lo spartiacque: tra i vari progetti avanzati quello di far scontare l’ultimo anno di pena ai domiciliari, di allargare le strutture penitenziarie e di implementare il personale. Tuttavia alle buone intenzioni non ha fatto seguito un impegno concreto da parte delle forze politiche.
 
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