Sabato, 24 Giugno 2017

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Meritocrazia: Perchè Manca in Italia


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Giuseppe De Rita, presidente del Censis, ha rilasciato di recente una lunga intervista al settimanale Espresso in cui ha esposto una riflessione circa la mancanza di meritocrazia in Italia. Una riflessione che si è rivelata, in vero, davvero impietosa.
Giuseppe De Rita ha le idee chiare, anche se sono idee complicate, che parlano della matrice culturale del Bel Paese e di come essa si declina nelle forme imposte dall’attuale periodo di crisi.
La tesi è questa: i problemi dell’Italia derivano dalla scarsa meritocrazia, che impedisce al sistema economico e, più in generale, al sistema paese di crescere in produttività ed efficienza. La scarsa meritocrazia ha origini nella cultura italiana, dunque nelle pratiche del familismo e del clientelismo, ma anche in certe politiche degli anni Settanta che hanno aumentato a dismisura il ceto medio.  

Il familismo e il clientelismo producono una fitta rete di rapporti orizzontali, definizione con cui Giuseppe De Rita indica le relazioni tra soggetti che si spartiscono il potere o che perseguono in primis interessi personali. Essi sono diffusissimi, sia tra la gente normale che nei vertici delle istituzioni. Il potere è per intero regolato da questo meccanismo, a tal punto che l’intervistato lo considera “un potere articolato in una serie di cerchi orizzontali, in cui la cooptazione non avviene per capacità e sapere acquisito, ma per abilità a tessere relazioni interpersonali e per appartenenza”.

Insomma, in Italia vai avanti se sai ‘farti gli amici’ o se appartieni a un gruppo ‘importante’.
Una delle conseguenze di tutto ciò è stata anche la non trasformazione dell’elite in una guida per il paese. Semplicemente le elite, in Italia, hanno il solo scopo di perpetuare il proprio potere. A contribuire è stato anche l’allargamento esagerato del ceto medio, realizzato con le politiche degli anni Settanta che hanno fatto della Pubblica Amministrazione un ricettacolo di posto di lavoro. Questi due elementi, elite ‘non dirigente’ e ceto medio enorme (che per definizione produce e ‘non governa’), hanno posto in essere una certa debolezza del nostro Paese nei confronti degli organismi internazionali. Cosa inedita rispetto a quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta, che erano pur tempi di Guerra Fredda e di appartenenza ad uno dei due blocchi: il dirigente della Dc che andava a Washington andava dal suo ‘imperatore’ ma mediava le istanze del Paese con quelle internazionali, lo stesso accadeva con il dirigente PCI che andava a Mosca. Adesso, la mediazione è sparita: Bruxelles ordina, l’Italia obbedisce.
Di fronte a queste riflessione impietosa l’intervistatore si chiede: come ne usciamo? Il presidente del Censis lascia una porta aperta alla speranza: “Con il mercato. E se io fossi Presidente del Consiglio direi agli italiani: diamoci un compito, ripaghiamo il nostro debito, costi quel che costi. Ce la possiamo fare perché ogni qual volta che gli italiani hanno perso la sovranità (e con la questione debito pubblico l’abbiamo persa ndr) hanno avuto uno scatto d’orgoglio”.
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