Lunedi, 23 Aprile 2018

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LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NEL SUD  SOTTRAE ALL'ECONOMIA MERIDIONALE IL 15% DEL PIL


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Nei giorni scorsi abbiamo presentato i risultati dell'Occasional Paper “La qualità dei servizi pubblici in ItaliaLa
qualità dei servizi pubblici in Italia”, della Banca d'Italia, secondo cui è pesante il gap tra Nord e Sud in termini di qualità ed efficienza dei servizi. Non è la prima volta che, nostro malgrado, dobbiamo presentare rapporti o studi che presentano il Mezzogiorno in pesante ritardo con il resto del Paese. Si sente spesso parlare di ritardi strutturali del Sud che giustificano il gap con il centro Nord e di cui si discute da quando è nata l'Italia (Cd. Questione Meridionale), d'altra canto esistono degli elementi quantomai attuali che anche oggi impediscono al Mezzogiorno di riallacciarsi al resto del Paese. Uno di questi è indubbiamente la presenza capillare della criminalità organizzata. Secondo il dossier della Banca d'Italia “I costi economici della criminalità organizzata”, il peso delle mafie sottrae all'economia del Mezzogiorno diversi punti percentuali di Pil. L'indagine si è concentrata sulle cinque regioni del Sud al alta densità mafiosa ( Campania. Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata) che risultano essere anche quelle con il più basso Pil pro capite italiano. Soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia risulta essere concentrato il 75% del crimine organizzato, con le tre regioni che raggiungono un valore del pil pro capite pari a circa la metà di quello del Centro Nord. Nel rapporto con l'Europa le cinque regioni presentano un Pil procapite decisamente più basso della media (dati 2006): Calabria (67%), Campania (66,1%), Puglia (67,4%), Sicilia (66,9%), Basilicata (74,3%).
Tornando al rapporto, la Banca d'Italia evidenzia che la presenza della criminalità organizzata nel Mezzogiorno, rispetto alle regioni del Nord, sottrae all'economia il 15% del pil pro capite. Le conseguenze di questa presenza si intrecciano in modo complesso nell'economia del mezzogiorno stravolgendo le regole del fare impresa, e scoraggiando gli investimenti stranieri. Le mafie, infatti, non sono soggette né a rischio di impresa né alle logiche delle concorrenza, che quando esiste o viene acquistata o distrutta. In concreto su un campione di 800 imprenditori operanti nelle cinque regioni analizzate, circa il 60% ha dichiarato di subire condizionamenti da parte della criminalità, mentre il 40% ha denunciato ripercussioni negative sul fatturato.

 


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Secondo alcune stime, inoltre, risulta che senza la presenza mafiosa, il giro d'affari delle imprese del Sud regolari potrebbe aumentare fino al 20%. Invece allo stato attuale delle cose, tra pizzo, usura e concorrenza sleale l'onere economico sopportato dalle imprese del sud raggiunge i 5 miliardi di euro l'anno.
Anche il tentativo di recupero economico delle imprese in odore di mafia risulta complesso, visto che solo il 6% delle aziende sequestrate alle mafie perviene nella disponibilità dello Stato con capacità operative. In più solo il 32,7% delle aziende confiscate trova destinazione, mentre nei restanti casi il procedimento di assegnazione si chiude con un nulla di fatto, per cause di forza maggiore. Le aziende che trovano una destinazione nella vendita o nell'affitto corrispondono solamente all'11% del totale, mentre il restante 89% vengono messe in liquidazione con danno economico per l'intera comunità.

 

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