Mercoledi, 24 Gennaio 2018

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Scienze Della Comunicazione, i Miti da Sfatare e il Rapporto con gli Altri Corsi di Laurea


Scienze della Comunicazione, lavoro, Laurea

Sul corso di laurea in Scienze della Comunicazione se ne sono dette tante, speculando soprattutto su alcuni pregiudizi che lo hanno reso, nel corso degli ultimi anni, uno dei corsi più screditati d’Italia. E’ troppo facile. I voti vengono regalati. Crea disoccupati. Non serve a nulla. Questo è solo un rapido excursus dei pregiudizi che interessano Scienze della Comunicazione.
Il problema è quando le critiche arrivano non dal senso comune ma dalle istituzioni. Allora sì che il pregiudizio diventa stigma, un’etichetta quasi indelebile che macchia i titoli di studio di decine di migliaia di studenti in tutta Italia.
Fu l’allora ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini ad andare addosso al già bistrattato corso di laurea, affermando durante una celebre puntata di Ballarò del gennaio 2011 che “piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle comunicazion-i (riuscì a sbagliare persino il nome ndr) o in altre amenità, servono profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro”.

Qualche mese dopo, a Matrix (ottobre), Maurizio Sacconi, ora ex ministro del Lavoro, descrisse Scienze della Comunicazione come una metafora della disoccupazione, del precariato, arrivando a dire che la colpa è dei genitori degli studenti che “che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della comunicazione”.
Siamo di fronte a due problemi principali. Il primo, grave per l’Italia intera e non solo per i laureati/laureandi in comunicazione, riguarda l’ignoranza della classe politica (che, nonostante i cambi di governo è sempre lì al suo posto) nell’affrontare l’argomento comunicazione. L’importanza della comunicazione è insindacabile in un’epoca, come questa, fortemente caratterizzata dal web 2.0 e dalle logiche della globalizzazione. E’ grazie alla comunicazione (in particolare quella televisiva) che Berlusconi ha potuto costruire il consenso che gli ha permesso di governare durante gli ultimi 17 anni. Se i politici non riescono a rendersi conto della necessità di professionisti della comunicazione, vuol dire che sono lontani dalla realtà e quindi incapaci di governare.

Il secondo problema, come sottolineato anche da Linkiesta.itLinkiesta.it è d’informazione. Le brutte cose che si dicono su Scienze della Comunicazione sono falsità, o almeno gran parte di queste. Ciò emerge da uno studio di Almalaurea.
  • Non è vero che SdC produce disoccupati. O meglio, lo fa ma non più quanto facciano gli altri corsi di laurea. Nel 2010, a distanza di un anno dal conseguimento della laurea triennale in comunicazione, lavorava l 46% degli ex-studenti. La stessa percentuale di tutti gli altri tipi di corsi e il 4% in più degli altri corsi a indirizzo umanistico.
  • Non è laurea facile. La media voti agli esami di Sdc, infatti, è 25.9 mentre la media voti generale di tutte le facoltà è 25.8. Lo stesso accade sul fronte dei voti di laurea: 100.6 per Sdc e 100 per il resto.
Sul fronte del precariato e delle retribuzioni, il quadro per i comunicatori purtroppo è più sfavorevole. I comunicatori sistemati a tempo indeterminato a un anno dalla laurea erano nel 2010 il 32% del totale, contro il 39% di tutte le altre lauree. Analogamente, a un anno dalla laurea i laureati in comunicazione prendevano 879 euro netti al mese, contro i 967 euro degli ex-studenti provenienti dagli altri corsi di laurea. Insomma, l’unica differenza sta nel numero dei precari e nella retribuzione. Problemi che non si risolvono certo denigrando il corso di laurea, ma casomai dando il riconoscimento che gli spetta.
 
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