Martedi, 23 Gennaio 2018

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Tassa di Soggiorno e Conseguenze Sul Turismo


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In questi giorni di nuove riforme fiscali, attese e annunciate, e di fermento dell’esecutivo, si è tornati a parlare di “tassa di soggiorno”. I pareri sono discordanti: alcuni Comuni la interpretano come un gettito importante in questo momento di crisi, altri temono che possa scoraggiare il turismo e considerano la possibilità di non introdurla qualora venisse confermata l’istituzione dell’Ici sulla prima casa. Ma in cosa consiste questa tassa e quali sono i possibili effetti che potrebbe avere nel risanamento fiscale dei Comuni e sul turismo? Andiamo con ordine. La tassa di soggiorno non rappresenta una novità introdotta del Governo Tecnico e in realtà non è neppure una previsione degli ultimi anni, come si potrebbe erroneamente pensare (faceva parte del pacchetto sul federalismo municipale).

Questo concetto è stato infatti introdotto per la prima volta in Italia con le Legge 11 dicembre 1910 n. 863: ai tempi il tributo, per soggiorni superiori a cinque giorni, ammontava a 10 Lire. L’imposta fu soppressa solo nel 1989, quindi non troppo tempo fa. Di tassa di soggiorno si era tornati a parlare già durante il Governo Prodi, ma alla fine l’ipotesi non venne concretizzata. L’applicazione articolo 4 del Dlgs 23/2011 ha reintrodotto in Italia questa possibilità, non senza polemiche.

Le opinioni sulla riesumazione della tassa di soggiorno sono contraddittorie: alcune città, Roma, Firenze e Venezia in primis, l’hanno già reintrodotta. Altri comuni temono che questa tassa possa rappresentare un altro colpo inferto al turismo. Sebbene l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) abbia dimostrato il suo parere favorevole alla tassa, il malcontento si fa sentire attraverso la voce delle strutture alberghiere e dei cittadini.
Appare evidente dunque che la tassa di soggiorno rappresenti una medaglia in grado di cambiare faccia in base alla prospettiva da cui la si osserva. Per il Governo precedente costituiva un tassello fondamentale verso il federalismo municipale e una risorsa per la casse pubbliche, per i consumatori e gli operatori turistici è invece un provvedimento ingiusto che finisce per pesare sulle tasche dei cittadini.
La questione “tassa di soggiorno si o no” riporta alla luce questioni non secondarie. I numeri rendono bene l’idea: secondo le stime riportate da Eurostat le notti prenotate nelle strutture alberghiere italiane sono complessivamente 238 milioni ogni anno. Il nostro Paese è secondo solo alla Spagna da questo punto di vista. Applicando ad ogni notte una media di 2,50 euro (essendo l’imposta oscillante da 0,50 centesimi a 5 euro) si otterrebbero potenzialmente 600 milioni di euro. Questo calcolo però non tiene conto di eventuali conseguenze negative sul turismo che l’introduzione potrebbe comportare, se non i luoghi turistici per eccellenza, come Roma e Venezia, in Comuni minori che comunque del turismo fanno una fonte di guadagno di notevole importanza. Il punto è: i turisti saranno ancora disposti ad includere certi luoghi nel loro itinerario se per ogni notte dovranno pagare una tassa di soggiorno? E soprattutto: i soldi ricavati verrebbero poi reinvestiti per sviluppare le risorse locali?
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