Mercoledi, 23 Agosto 2017

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CI VORRANNO 9 ANNI PER RECUPERARE I LIVELLI DI PRODUZIONE PRE CRISI E 10 PER QUELLI OCCUPAZIONALI


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L’Italia impiegherà quasi nove anni per recuperare i livelli di produzione pre crisi economica e oltre 10 per quelli occupazionali. Questo uno dei dati emersi in occasione di Geco 2011, Giornate dell'economia Cooperativa, organizzato dal Legacoop in cui sono stati presentati anche i risultati dello studio realizzato dall’Istituto Prometeia: “Costruire il futuro per tornare a crescere. Cosa cambia dopo la crisi”. Lo studio ha anche posto l'accendo sul peso crescente dei nuovi produttori a livello mondiale, quali Cina, India e Brasile che continuano a fare passi avanti dopo i pesanti crolli di USA, Giappone ed Europa. Per quantoriguarda il vecchio continente, lo studio sottolinea come solo due Stati hanno mantenuto la propria quota di produzione: la Germania ed in misura molto minore l'Italia. Il Nostro Paese, secondo il relatore di Prometeia, Alessandra Lanza, pur avendo perso ha tenuto nel complesso sulle quote dell'export rispetto ad altri Stati. Questo dato è il risultato di una storia virtuosa dell'industria italiana che ha fatto grandi passi da sola, ha sottolineato Lanza, sebbene la crisi abbia accelerato il processo di perdita. Sul dato delle esportazioni come elemento positivo ricordiamo che, proprio nei giorni scorsi il Rapporto Consumi 2010” elaborato dall'Ufficio Studi della Confcommercioil Rapporto Consumi 2010” elaborato dall'Ufficio Studi della Confcommercio, ha sottolineato come la presunta somiglianza con la Germania, sia appunto oslo presunta, visto che il saldo tra import ed export risulta costantemente negativo.
Tornando all'indagine Prometeia disegna uno scenario eterogeneo, con Paesi emergenti in prima linea ed una domanda estera che in Italia crescerà in media del 5% in più di quella interna. Le possibilità di crescita del nostro Paese sui mercati emergenti sono frenate dalla mancanza di grande imprese, anche se le sperimentazioni effettuate in termini di aggregazione di Pmi esportatrici ha dato esiti positivi. I campi emergenti in cui il nostro Paese dovrebbe investire, secondo lo studio, sono quello alimentare, la meccanica, la casa, quello sanitario e il settore sociale.
Lanza sostiene che sul fronte estero le possibilità per l'industria italiana sono due: andare dove la crescita è più vivace, ovvero in Asia, ma risulta lontano e rischioso, oppure andare nei Paesi vicini. Anche in questo caso, però esistono rischi legati alla forte instabilità. Inoltre gli investimenti per lo sviluppo andrebbero conciliati con politiche di contenimento della spesa pubblica, che invece viaggia sempre a vele spiegate verso nuovi record.
Nel commentare i risultati presentati Fiorella Kostoris dell’Università La Sapienza di Roma, ha sottolineato come il 2011 sarà un anno sostanzialmente in linea con quello appena trascorso, con prospettive di crescita deboli.


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Dato confermato anche dalle recenti previsioni Afo dell'Abi, da cui è emerso che il Pil del 2009 dovrebbe crescere dello 0,9%, contro l'1% del 2010il Pil del 2009 dovrebbe crescere  dello 0,9%, contro l'1% del 2010.
Il problema dell'Italia è, secondo Kostoris, da ricercarsi anche nella scarsa competitività del nostro Paese, crollata in modo drammatico negli ultimi dieci anni a fronte di un aumento rilevante del costo del lavoro per unità di prodotto.Un quadro che non viene favorito dal peso fiscale, dove l'Italia risulta terza in Europa, dietro a due Paesi scandinavi (che però hanno un sistema di welfare molto più efficiente del nostro).
Infine secondo Gina Maria Gros-Pietro dell’Università Luiss di Roma, la globalizzazione che ha spinto a portare nuove tecnologie ed impianti in Asia ha fatto si che i lavoratori di quei Paesi siano stati messi in grado di triplicare la loro produttività. Nuove tecnologie, così come la green economy sono  le armi competitive per aumentare la produttività. Gross-Pietro ha concluso sottolineando che un'impresa vincente è al giorno d'oggi, :”Una realtà agile e mutevole, che investe in capitale umano, che sa guardare lontano, ripudia la gerarchia e riconosce qualità e merito del suo capitale umano. In altre parole coinvolge i lavoratori nel risultato. E fa in modo che chi partecipa alle decisioni, si prenda anche i risultati”.

  [Via: LegacoopLegacoop ]


 
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